TEMPLARI E DINTORNI

di Gabriele Ainis

 

 

Da qualche giorno ero alla ricerca di una citazione, ne volevo parlare e non riuscivo a ricordarmi dove l’avessi letta. L’ho ritrovata: eccola.

“Forse la grande proliferazione di letteratura pseudostorica sul Tempio ha veramente reso un servizio alla cultura, suscitando l’attenzione del grande pubblico e alimentando la richiesta di indagini nel settore. Se è così, ben vengano allora i romanzi sui Templari e il santo Graal: specie perché ci sono oggi diversi giovani ricercatori al lavoro che stanno indagando con pazienza e professionalità i molti punti ancora ignoti della breve ma intensa storia dell’ordine.”

Così Barbara Frale chiude il suo saggio “I Templari”, circa 200 paginette fitte e piacevoli che sono piaciute anche ad Eco. Tanto per far mente locale, Frale è la ricercatrice (seria) che ha ipotizzato come la Sindone di Torino fosse l’immagine sacra adorata dai cavalieri del tempio, innescando una bella polemica che rende bene in termini di carriera e vendite (in realtà è diventata “famosa” presso un ampio pubblico per il libro sulla sindone pubblicato nel 2009 nonché per la tesi secondo la quale sul telo di Torino vi sarebbero delle “scritte”; il saggio di cui parliamo è precedente, del 2007).

Insomma, l’autrice si scaglia spesso contro i dispensatori di bufale (Dan Brown in testa), li maltratta (in senso lato, ovviamente) tuttavia si rende conto che il metodo adoperato da costoro paga parecchio. Ci sono le interviste, la vendita di saggi e l’attenzione del mondo editoriale. Se si parla in favore o contro la chiesa cattolica, o comunque se ne parla, e non si viene zittiti immediatamente, il successo è assicurato.

A leggere con attenzione il libricino, si intravede anche un altro colpo che non farà mancare un certo clamore. Si parla di un oscuro rito praticato dai Templari e legato al mito del Graal. I cavalieri del tempio avrebbero celebrato la comunione adoperando il vino al posto del pane, bevuto naturalmente da un calice. Non dico altro per non levare la sorpresa e naturalmente attendo anch’io il prossimo saggio!

Alla Frale non piacerà Dan Brown, ma ne apprezza evidentemente i metodi: alla greppia, quando si intravveda dove sta, non si dice mai di no.

Orbene, non ho intenzione di suggerire la lettura del libro (anche se è carino, c’è di meglio), piuttosto vorrei interrogarmi sui motivi per i quali un’erudita come la Frale (e non è ironia, si veda il curriculum) abbia ritenuto opportuno dedicarsi ad un tema (quello della Sindone) la cui rilevanza storica è praticamente nulla. Tra l’altro, l’ipotesi che possa trattarsi dell’immagine adorata dai templari non aggiungerebbe alcun dato alla lunga (e produttiva, in senso mediatico) diatriba sull’autenticità del telo di Torino (mentre l’ipotesi della presenza di “scritte” è essa stessa una bufala ed è stata duramente criticata anche dagli ambienti ecclesiastici nei quali opera come Officiale dell’Archivio Segreto). Detto in poche parole, un argomento mediocre dal punto di vista accademico.

E allora, si dirà, perché questa attenzione a temi così poco eruditi?

Non si tratta certo di mancanza di capacità: il curriculum della Frale è impressionante. Comunque la si voglia vedere, una studiosa destinata ad una prestigiosa carriera, anche se, probabilmente, di quelle carriere che restano sconosciute al grande pubblico e son fatte di elogi sepolti nell’empireo (che bell’ossimoro) di riviste e saggi specialistici destinati ad una diffusione assai imitata. Di lei, se non ci fosse stata la sindone di mezzo, non avremmo mai sentito parlare.

Ecco dove probabilmente scatta la molla! Un erudito, in Italia, non finisce nei Tiggì, nei rotocalchi, non vende libri (al massimo li scrive e li leggono in dodici, quando va bene) e raramente rilascia interviste (a chi interessano le astrusità degli eruditi?). Invece Voyager sbanca Rai2, e Giacobbo viene interpellato come esperto quando si parla di scienza (sic!). C’è altro da dire?

Lasciamo Barbara Frale alla sua sindone ed al suo graal e torniamo dalle nostre parti: cosa spinge uno studioso (sebbene assai meno erudito della Frale) ad imbarcarsi in una storia senza capo né coda con gli Sherdanu?

Tanto per non far nomi mi riferisco al nostro Giovanni Ugas regionale (o nazionale, dipende da come si guardano le cose) che si espone ai lazzi degli esperti propugnando tesi del tutto inconsistenti in base alle quali i sardi dell’età del bronzo sarebbero stati proprio gli Sherdanu d’Egitto (ma che Sherdanu d’Egitto!, ricordate?).

Tale tesi, che definire campata per aria è eufemistico, non ha alcuna base storica né archeologica: non una! Non sono pochi, infatti, coloro che si domandano come mai un dignitoso docente universitario (sfortunato perché cresciuto accanto a un gigante come Lilliu, che farebbe ombra al Titanic) si dedichi ad un tema di rilevanza infima, privo del seppur minimo supporto arrivando a vedere Sherdanu un po’ dappertutto, dalla Sardegna alla Galilea (assieme ad uno come lui che in patria ha avuto poca fortuna).

Ecco perché cercavo la citazione di Barbara Frale: lei dice chiaramente che Dan Brown è utile. E se per caso anche Ugas (mutatis mutandis) pensasse le stesse cose?

Solo che la Frale è una bomba mediatica (guardate le foto che girano in rete!), il povero Ugas un po’ meno, poverino, ed infatti la prima và sulla RAI ed Ugas sull’Unione Sarda, la prima vende un sacco di libri, il secondo qualcuno di meno (vedere gli editori di entrambi, prego)…  chissà come mai…

Devo interrogarmi su questo, perché il motivo mi sfugge, come la citazione di cui parlavo poc’anzi. Però presto o tardi ci arrivo, eh, datemi solo un po’ di tempo che ci arrivo.

Allora: Barbara Frale….

 

gabriele.ainis@virgilio.it

 

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