COME (NON) SI FA L’ARCHEOASTRONOMIA

di Davide Goria

 

 

Seguo con buona regolarità questo blog. Ne condivido spesso i contenuti, meno spesso i toni. Devo imputare ad Ainis una certa supponenza nelle risposte sebbene ne capisca lo spirito. Evidentemente ritiene che fornire spiegazioni sensate a coloro che reputa “groupies” sia tempo perso.

Su questa strada non lo seguo. A mio modesto avviso è sempre utile fornire materiale di riflessione. Da una parte non esistono solo i groupies (io li chiamerei “devoti”) e dall’altra può anche darsi che qualcuno di loro voglia leggere qualcosa di sensato.

Per questo motivo ho scritto un breve contributo sui requisiti minimi richiesti ad un lavoro di archeoastronomia affinché venga riconosciuto come tale dagli specialisti. Eviterò l’uso di un lessico tecnico anche a scapito della precisione, sebbene questo approccio non sia generalmente condiviso da tutti.

 

CONTESTO – L’archeoastronomia può essere considerata una branca dell’archeologia. Si occupa dello studio dei rapporti tra la posizione di edifici antichi, o la loro struttura, e la posizione di corpi celesti. L’ipotesi è naturalmente quella che gli antichi costruttori edificassero l’edificio tenendo conto di particolari condizioni astronomiche. Ciò affinché un osservatore potesse ricavare informazioni dall’edificio utilizzato come “strumento” astronomico (ad esempio il verificarsi di un particolare evento), oppure (ed anche) lo stesso edificio ricevesse un influenza “magica” dagli astri essendo “legato” ad essi da una particolare orientazione.

L’oggetto dello studio è dunque l’edificio (inteso in senso lato, ad esempio un insieme di menhir o massi disposti in particolari associazioni tra di loro e con la posizione di uno più corpi celesti) e, per tale motivo, è necessario prima di ogni altra cosa definirne con precisione il contesto. Un lavoro di archeoastronomia deve pertanto necessariamente aver inizio dallo studio archeologico dell’edificio, considerato nella sua evoluzione temporale che l’ha portato a trovarsi nelle condizioni in cui si trova quando venga sottoposto ad indagine. Nei casi più eclatanti (ed è avvenuto) si è studiata la valenza archeoastronomica di elementi privi di connessione, edificati in epoche diverse e/o da culture differenti, o rimaneggiati da interventi anche storici. Ciò a causa di un’insufficiente contestualizzazione.

 

VALUTAZIONE STATISTICA DELL’ATTENDIBILITA’– Una volta determinati i limiti archeologici degli elementi oggetto di studio, deve seguire una fase in cui interrogarsi sull’attendibilità dei dati ricavabili dalla (eventuale) determinazione degli allineamenti astronomici. In tale fase devono necessariamente essere valutati gli intervalli spaziali all’interno dei quali si effettuano le osservazioni. Il ricercatore dovrà elencare e giustificare l’uso di un particolare elemento, descrivendo su quali basi lo adopera e per quale motivo lo ritenga affidabile, producendo l’analisi statistica dell’affidabilità. Quest’ultima genera i limiti quantitativi delle osservazioni (ciò che in gergo si chiama l’”errore” delle osservazioni, da non confondere con l’errore strumentale o di misura, necessario anch’esso, ma di natura diversa).

 

OSSERVAZIONI- VALUTAZIONE STATISTICA DELL’ERRORE – Nonostante ciò che generalmente si crede, la fase di osservazione è la meno critica di tutte. La moderna strumentazione e la disponibilità di software dedicati la rendono routinaria (sebbene, anch’essa, debba essere condotta da tecnici esperti). È in questa fase che verranno prodotte le analisi dell’errore direttamente legato alle osservazioni (sulla base della teoria dell’errore). Esso andrà successivamente composto con la stima statistica dell’affidabilità per fornire, infine, il quadro generale nel quale valutare l’attendibilità di un’ipotesi di allineamento astronomico.

 

I tre punti elencati, sono irrinunciabili (ne esistono altri, tuttavia sarà bene limitarsi a questi per non appesantire eccessivamente il testo). Ed è per questo che gran parte delle ipotesi archeoastronomiche proposte dai “dilettanti” (intendendo coloro che operano “per diletto” al di fuori del proprio contesto specialistico) vengono generalmente (e correttamente) scartate per inconsistenza.

 

Al fine di rendere maggiormente comprensibili i tre punti sopraelencati, esaminiamo un articolo recentemente pubblicato da Pili et Al (tra cui M. P. Zedda) riguardo l’analisi astronomica del sito di Monte d’Accoddi. (Mediterranean Archaeology and Archaeometry, Vol. 9, No. 2, pp. 6169 – 2009) (Il PDF è disponibile su questo link)

 

Gli autori (tra i quali non c’è neppure un archeologo) descrivono il sito sulla base dei lavori elencati in bibliografia. Citano un precedente articolo di Proverbio ed annunciano che intendono utilizzare nuovi elementi per lo studio delle orientazioni, in particolare i menhir (non considerati in precedenza). Come si vede, si parla diffusamente delle fasi realizzative della struttura principale; si ripetono le ipotesi correnti in merito al significato rituale dell’edificio (sebbene con una certa approssimazione dovuta alla poca competenza); si esplicita il metodo attraverso il quale si è deciso di utilizzare una posizione non più disponibile fisicamente (la sommità dell’”altare”) facendone una ricostruzione virtuale. Per tale posizione, gli autori valutano (molto correttamente) l’influenza sui risultati eventualmente generata da un’inesattezza della ricostruzione.

Tuttavia, nel momento in cui si passa alla descrizione dei menhir, l’effettiva novità del lavoro (rispetto al precedente di Proverbio), sia la contestualizzazione archeologica che l’analisi dell’errore scompaiono.

Come dato di fatto, non si ha alcuna idea del periodo in cui essi vennero eretti ma, soprattutto, essi sono stati ricollocati in posizione dopo le ispezioni stratigrafiche, poiché erano abbandonati sul terreno da un tempo indefinito. Pertanto non se ne conosce la posizione precisa né se effettivamente essi fossero in connessione con l’edificio principale.

Ciò che rende il lavoro di Pili et Al. particolarmente debole, è la mancata valutazione dell’errore potenziale riferito alla ricollocazione dei menhir. È stato quantificato per la sommità dell’edificio principale, ma si è accuratamente evitato di farlo per i due elementi di novità rispetto al precedente lavoro di Proverbio, nonostante si sappia dalla letteratura che nessuno dei due era eretto al momento dei rilevamenti stratigrafici e non si sappia con quali criteri siano stati ricollocati in situ (sarebbe stato sufficiente informarsi da chi ha provveduto, ma gli autori non paiono particolarmente impazienti di rivolgersi agli esperti).

Gli autori, inoltre, non citano il fatto ben noto che il sito è stato profondamente modificato da attività antropiche documentate nella storia recente, che hanno portato ad un forte danneggiamento e trasformazione della struttura e del sito in genere, nonché ad una pesante (e contestatissima) ricostruzione successiva agli scavi. Ciò è particolarmente vero per la valutazione delle linee di traguardo tangenti ai vertici della pianta quadrangolare dell’edificio (per i quali, ancora una volta, non si effettuano valutazioni quantitative in merito all’errore potenzialmente introdotto dalla loro variabilità).

Un errore particolarmente evidente, inoltre, è il fatto che i menhir vengono (ipoteticamente) attribuiti alla fase iniziale dello sviluppo del sito, ma li si vuole comunque associare alle linee di traguardo tangenti agli spigoli della pianta quadrangolare, la cui definizione attiene alla fase finale del monumento (almeno un millennio più tardi) dopo un documentato (per via stratigrafica) ampliamento della base.

Questi pochi elementi (ma tanti altri ce ne sarebbero), rendono conto del motivo per il quale ci si trova di fronte ad un lavoro da dilettanti (detto in termini non spregiativi ma puramente descrittivi) che non per nulla è stato pubblicato in una rivista minore e semisconosciuta (priva di un comitato scientifico di buon livello).

Simili elementi di valutazione rendono altrettanto inconcludenti le “ipotesi” di Zedda per le orientazioni delle torri nuragiche, come ha cercato di mostrare Ainis con le battute ironiche sulle edicole piemontesi. Ciascuno potrà valutarle da sé.

Tutte queste considerazioni non vengono svolte a beneficio dei “devoti” ma di coloro che potrebbero essere interessati ad una valutazione di merito sugli studi archeoastronomici specialistici, che esistono e non rappresentano la soluzione di particolari “misteri” quanto un ulteriore tassello per lo studio del nostro passato.

 

boicheddu.segurani@virgilio.it

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...