MEMORIA CORTA

di Gabriele Ainis

 

Chissà per quale motivo le ricorrenze che totalizzano un cifra tonda, ad esempio mezzo secolo o un secolo, pare valgano di più. Eppure cinquanta o cento sono numeri come tutti gli altri, ad esempio sessanta o centoventi, che addirittura sarebbero anche più interessanti perché ammettono un maggior numero di divisori e non è un caso se i Sumeri (che di numeri se ne intendevano) contavano in base dodici e non nella banale base dieci che usiamo noi.

Comunque, ci piacciono i cinquantenari e i centenari: quest’anno cade per l’appunto il mezzo secolo dall’indipendenza del Congo (30 giugno 1960).

Un’area vasta quanto l’Europa occidentale, immensamente ricca di materie prime (qualcuno l’ha definita un assurdo geologico per la concentrazione delle ricchezze del sottosuolo) e una storia orrenda di colonizzazione e decolonizzazione da far impallidire i mediocri sceneggiatori di Hollywood che vivacchiano alle spalle dell’Olocausto. Non ci sarà stata la pianificazione teutonica, la tecnologia, i registri, la logistica, però quanto a numeri il Congo non ha nulla da invidiare alle stragi europee della seconda guerra mondiale.

Sempre che qualcuno ne parlasse, ovviamente.

Due nomi: Patrice Lumumba, il primo presidente democraticamente eletto del Congo, e Moïse Kapenda Tshombé (Ciombé), il secessionista dal Katanga.

Il primo non ha fatto in tempo a diventare un mito perché l’hanno ammazzato. È rimasto un simbolo, ma sono in molti a pensare che se non fosse finito torturato e ucciso, l’Africa della seconda metà del secolo scorso avrebbe avuto una storia diversa da quella che gli è toccata (nel bene o nel male, ovviamente, personalità così complesse non si risolvono in due parole). Chissà, a forzare la storia con la fantasia, potremmo anche immaginare il viso di Lumumba che fa capolino sulle T-Shirt degli adolescenti (e dei vecchiacci che non sanno crescere, come me) al posto della faccia del Che, anche lui torturato e ucciso ma quando già era il Che, mentre Lumumba non era ancora Lumumba. Peccato.

Il secondo una figura cupa, correo degli interessi stranieri (belgi in testa ma anche americani) eppure dichiaratamente difensore degli interessi locali del suo Katanga (ricordate i Baluba?) che portò all’indipendenza tra il plauso dei concittadini.

Mi sbaglierò, ma nonostante Ciombé sia stato un famoso indipendentista, ho come il sospetto che i nostri amici separatisti, quelli che vegetano in pensione per i nostri lidi, non ne parleranno. Forse si ricorderanno di Lumumba (indipendentista anche lui, per certi versi, ma “buono”) ma di Ciombé credo proprio di no.

Ma non per ignoranza, quanto perché ci sono troppe storie di mezzo secolo fa che a parlarne sembrano molto più recenti e generano fastidio. Per i morti ammazzati, per l’intreccio di interessi che con le idee di “Indipendenza e Libertà” nulla hanno a che fare, per la capacità che hanno le idee (soprattutto quelle sbagliate) di generare mostri orrendi, apparentemente senza volerlo ma di certo senza alcuna possibilità di fermarli dopo che si siano scatenati.

Chissà se i nostri signori indipendentisti che continuano a seminare vento vogliono davvero raccogliere tempesta (come a suo tempo accadde a Ciombé) potrebbe darsi che neppure loro lo sappiano.

L’importante è che lo sappiamo noi e ci ricordiamo della storia del Congo, avvenuta ieri e già dimenticata. Gli slogan sono gli stessi, con uso smodato delle parole libertà, autodeterminazione e diritto internazionale. Non so bene per quale motivo, ma mi ronzano le orecchie.

Credo che farò un giro in rete per cercare di ricordare, solo un paio d’ore, così, per passare il tempo e vedere dove si può andare a finire quando ci si riempie la testa di idee (sballate) e le mani di fucili.

Ma non andrò in cerca di Lumumba, sarebbe troppo facile e comodo, cercherò Tshombé (o Ciombé), uno che ha avuto vita facile nel convincere i suoi che dividersi paga, soprattutto in termini di morti ammazzati. Se poi ritroverò gli stessi slogan che mi capita di sentire giornalmente da coloro che parlano di Sardegna&Indipendentismo&Libertà farò finta di nulla, perché tanto da noi certe cose non possono succedere e non c’è da preoccuparsi. A casa propria “certe cose” non succedono mai.

O no?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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