APRO IL GIORNALE E LEGGO CHE…

di Gabriele Ainis

 

 

…Buffon ha l’ernia del disco, anzi un’ernietta. Piccola, minuta, una cosetta da nulla. Ah, Mondo in Mi7, che tempi, quando eravamo giovani ed ingenui mentre adesso siamo vecchi e rincoglioniti (mica tutti, ma molti sì; in compenso ci sono anche un sacco di giovani che si sono iscritti alla categoria).

E invece ho avuto una lieta sorpresa ascoltando una trasmissione radiofonica che a volte mi accompagna mentre guido. Un giornalista, che avrei abbracciato se ne avessi avuto la possibilità, ha avuto li coraggio di dire, in diretta, che siamo un paese arretrato. Non contento di essersi spinto così avanti sul sentiero periglioso della verità, ha avuto anche il coraggio di lanciarsi in un ardito confronto con i paesi africani e mediorientali, facendo notare come da quelle parti sia normale un concetto di potere politico basato sulla forza del clan, con il risultato che la corrispondente lotta politica è a tutti gli effetti una lotta di clan.

Dunque non è vero che i giornali siano solo le vuvuzelas e l’ernia di Buffon, anche se in realtà non è che si trattasse proprio di un giornalista, più che altro un intellettuale prestato al giornalismo che quindi non ha troppa paura di essere cacciato perché ha un posto sicuro di professore universitario, però l’ha detto forte e chiaro: siamo un paese arretrato.

Ci voleva tanto?

Sì!

Noi siamo quelli che criticano Saviano perché parla di Camorra e mette il (bel) paese in cattiva luce all’estero, gli stessi che non sanno dove cacciare la sua nuova trasmissione (posto che si faccia) perché c’è il problema di non ridurre gli ascolti di Giacobbo (che tradotto in parole per non addetti, significa che uno come Giacobbo ha il potere di decidere dove sbattere uno come Saviano).

Insomma dichiarare apertamente che l’Italia è un paese arretrato è un atto di coraggio, anche se è banale come un panino col salame. Del resto anche dichiarare apertamente di amare il pane e salame è un atto temerario, perché i messaggi televisivi e mediatici impongono ben altri gusti e si passa per truzzi (o buzzurri, come si diceva un tempo prima che il termine terrone, almeno da queste parti, fagocitasse l’immaginario collettivo in termini di quintessenza del cattivo gusto).

Ascoltando il professore, non ho potuto fare a meno di pensare alla mia Isola, e mi sono chiesto cosa succederebbe se un intellettuale isolano (uno vero però, per una volta lasciamo a casa gli avventizi) ardisse imitare il coraggioso professore dicendo papale papale, ai quattro venti, che attualmente i sardi sono arretrati.

Apriti cielo! E il Rinascimento Sardo? E la Limba? E le rinnovate istanze separatiste?

Eppure i fatti (non le opinioni) sono sotto gli occhi di tutti.

Vogliamo parlare di industria? Non ce n’è, soprattutto non ci sono imprenditori, per un insieme di ragioni che sarebbe lungo discutere e comunque, di fatto, non vengono mai affrontate.

Vogliamo parlare di cultura? Forse è meglio di no, visto che le scuole sono in piena regressione (quel poco che c’è) e la vita culturale isolana è stata scientemente gettata in pasto al folklore. Oggi si parla di Identità sarda e si intende uno strano coacervo di mito e luogo comune che con i sardi nulla ha a che fare, né sull’isola né altrove.

Vogliamo parlare di società? Andiamo, davvero qualcuno è interessato alla situazione dei giovani che per il 25% (uno su quattro) non migliorerà la situazione sociale dei genitori non avendo a disposizione gli strumenti per provarci? (Uso un dato medio per il meridione, la situazione nelle aree centrali dell’isola sono assai peggiori).

Eppure, di fronte a questo sfacelo evidente come un panino col salame, quanti sono (tra intellettuali, giornalisti, politici) coloro che hanno il (poco o tanto?) coraggio necessario per affermare a chiare lettere che la Sardegna è arretrata (per la verità molto arretrata) e dunque bisognerebbe cominciare a domandarsi cosa si possa fare per rimediare?

Quesito impegnativo, anche perché, seppure esistessero intellettuali capaci di farlo (leggi: “che avessero il coraggio di…”) non è detto che troverebbero un “pubblico” disposto ad ascoltarli (problema non solo sardo, ovviamente). E chi poi: un Fois (tanto per fare un nome conosciuto)? A leggere ciò che scrive si ha l’impressione che non disponga neppure lui degli strumenti critici necessari ad una lettura dignitosa della realtà, oppure, assai più ragionevolmente, che non ne sia per nulla interessato.

Ho la sensazione che il punto sia più o meno questo: se anche ci sono, gli intellettuali badano ai casi propri, (soprav)vivono staccando le cedole di una piccola rendita di posizione e tirano a campare più o meno dignitosamente in attesa di estinguersi (o di replicarsi all’interno della propria specie, il che, alla lunga, senza apporti genetici esterni, porta al medesimo risultato).

Che il mondo intellettuale sia autoreferenziale fa parte delle regole del gioco, tuttavia non sarebbe lecito attendersi da costoro un aiuto palese alla comunità? Sarebbe così assurdo pensare ad intellettuali che escono allo scoperto, denunciano, dibattono, organizzano, insomma dedicano una parte (magari piccola) del proprio tempo a far sì che le persone abbiano un’alternativa al nulla piatto disponibile attualmente?

Visto che intellettuale non sono, posso permettermi una domanda sciocca? Supponiamo che un giovane (non necessariamente “acculturato” per tradizione familiare) percepisca un disagio a causa delle attuali condizioni: cosa dovrebbe/potrebbe fare per risolvere il disagio? Esiste un’alternativa al tavolo di un bar e una bottiglia di Ichnusa?

E se no: chi dovrebbe proporgliela?

Mi è capitato di sentire spesso parecchi intellettuali dichiarare come si tratti prima di tutto di essere buoni cittadini, e ciò non può che trovarmi d’accordo, ma siamo certi che sia sufficiente? Svolgere onestamente e dignitosamente il proprio mestiere è tutto ciò che si può fare o non sarebbe il caso, vista la situazione, di concedersi azioni più incisive? O, al minimo, parlarne?

In definitiva: è così difficile affermare con decisione che siamo arretrati?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

 

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