AL LUPO, AL LUPO…

di Gabriele Ainis

 

Vedere la superpotenza che possiede l’esercito più potente del mondo e la tecnologia più sofisticata, colta da crisi di impotenza di fronte alla necessità di tappare un buco, dovrebbe far riflettere. Eppure, come ciascuno di noi può facilmente verificare, di riflessioni se ne sono sentite poche. Tra televisioni e giornali, è solo un commentare stolidamente i comunicati della BP che non riesce, di Obama che è preoccupato, di un regista di fama che si offende perché non è stato consultato, di un presidente di una regione italiana che afferma con convinzione che come tappano i buchi i suoi concittadini non ci riesce nessuno. Adesso manca solamente una puntata monografica di Porta a Porta dedicata al nostro presidente del consiglio che spiega come lui, per risolvere una menata come questa (tappare un buco), ci impiegherebbe tre ore e due escort (ma perché non si chiamano più mignotte?), poi la comunità internazionale non avrà più nulla da dire.

Tutto grasso che cola per Geo&Geo, Quark, National Geographic, i profeti illuministi della comunanza con l’ambiente e dell’empatico abbandono alla “Natura”, scritta e pronunciata sempre e solo con la “N” maiuscola.

Ce ne fosse uno tra giornalisti, scienziati, tecnici, comici, insomma il mondo di lustrini che si picca di informare i cittadini, capace di affrontare con un minimo di lucidità quanto è accaduto.

Si è visto di tutto: i siringoni che aspirano, i supertappi che tappano, la possibilità di adoperare una carica esplosiva (qualcuno suggerisce una piccola bomba atomica)… Ancora una volta si pende dalle labbra siliconate dell’opinionista di turno che ci illumina dell’immenso della sua enorme idiozia.

Eppure, commentare decentemente l’accaduto è semplicissimo, si può farlo con cinque parole cinque: “era impossibile che non succedesse”.

Non voglio tediare i pochi lettori con calcoli complicatissimi (le quattro operazioni), quindi vedrò di evitare i numeri ed illustrare una cosetta semplice semplice che si chiama “valutazione di rischio”. Di che si tratta?

Ogni volta che una multinazionale procede ad un investimento (ad esempio una nuova piattaforma petrolifera, un impianto chimico, la coltivazione di una nuova miniera), c’è un pugno di esseri umani che decide per il sì o per il no. Alla fine ci sono un certo numero di firme (poche) su un pezzo di carta che danno l’avvio. Le firme (determinanti) di autorizzazione vengono apposte a seguito di valutazioni di rischio, tutte di tipo economico-finanziario. Una cosa tipo: quanto ci guadagno (di seguito QCG)?

IL QCG scaturisce da discorsi di questo genere: qual è la probabilità che si determini l’eventualità A? E quella B? E quella C?

Insomma, diciamolo con parole semplici. Il Top Management convoca i vertici tecnici della società e dice: devo costruire una fabbrica di pesticidi che mi farà guadagnare un sacco di grana. Dove la piazzo? L’ingegnere di turno risponde: dipende dal QCG.

Il Top Management replica: il massimo possibile, naturalmente! (Gli ingegneri sono dei cretini!)

L’ingegnere: va bene, allora in un paese a scelta in cui tutte le procedure di sicurezza possono essere evitate corrompendo un paio di funzionari. In cui le tasse possono essere evase corrompendo un paio di politici. In cui le condizioni di lavoro possono essere quelle che vogliamo noi corrompendo un paio di ispettori. In cui possiamo rilasciare nell’ambiente i prodotti di scarto. Potrebbe darsi che in questo modo ci possano essere un’elevata mortalità e degli incidenti gravi, quindi una cattiva pubblicità, però decidete voi se volete correre il rischio. Il quarto mondo sarebbe meglio perché là è tutto più facile.

Il Top Management: sei un ingegnere delle palle! Per valutare un rischio ci devi dire qual è la probabilità che l’incidente grave possa accadere!

L’Ingegnere: non particolarmente alta. Diciamo l’1%.

È davvero bassa? Come si fa a dire che è bassa o alta?

In realtà il Top Manager pensa: io sto piazzando una fabbrica che può saltare per aria, però con una probabilità dell’1%. Cioè salterà in aria con certezza nei prossimi cento anni ma non so esattamente quando. Però io ho sessant’anni, a centosessanta non ci arrivo di certo anche se mi infarcisco giornalmente con tutti i nuovi ritrovati della scienza medica e nel frattempo faccio un sacco di grana (un elevato QCG). E poi in cent’anni la fabbrica l’ho ammortizzata e la chiudo, quindi è un ottimo affare per tutti, anche per quei poveracci del quarto mondo che almeno avranno di che campare (ma non è detto che sia il quarto mondo, magari ci sono buone condizioni nel terzo, o nel secondo o nel primo, ciascuno con una diversa percentuale di rischio). Qualcuno morirà prima del dovuto, però tanto ci sono abituati. Se poi dovesse esserci davvero l’incidente, allora speriamo nel frattempo di aver ammortizzato l’investimento, e che i giornalisti ci diano una mano a coprire il copribile. Del resto essere imprenditori comporta dei rischi: se non si risica non si rosica (W il QCG).

Dove sta il verme?

Ce ne sono parecchi, ma quello che interessa per riferirlo al dramma del pozzo di petrolio che non si riesce a tappare è questo: se di fabbriche di pesticidi come quella di cui si parla ne facciamo cento, allora abbiamo la certezza che in un anno ce ne sarà almeno una che salterà per aria!

Esattamente ciò che è avvenuto per la piattaforma della BP.

Sentir parlare di errori, di manutenzioni mancate, di spiacevole fatalità fa ribrezzo. La BP non è la Porqueddus&C snc di Talana de Basciu, bensì una multinazionale che lavora (e produce immensi QCG) sulla base di precise valutazioni di rischio. Un incidente come quello di cui si parla non è sconosciuto e non è possibile che non sia stato preso in considerazione, tutt’altro. Tutti i pozzi perforati ad elevata profondità possono potenzialmente dare origine a un incidente simile, con una notevole gamma di possibilità. Più ne facciamo, più aumentiamo la probabilità che accada in tempi brevi, anche se non possiamo dire con esattezza dove e quando.

Esattamente come i viaggi aerei. L’aereo è sicurissimo ma tutti noi sappiamo bene (lo sappiamo vero?) che ogni anno ci saranno un certo numero di morti, anche se non con esattezza a chi toccherà. Salendo su un aereo (o su un’autovettura, assai più pericolosa) siamo coscienti che esiste una probabilità di schiantarci al suolo, però lo facciamo lo stesso confidando sul fatto che sia è bassa (ma prevedibile, ed infatti non passa anno senza incidenti aerei!).

L’incidente del pozzo non è altro che questo: un risultato atteso che si è verificato per uno scherzo del caso non lontano dalle coste statunitensi (che sfiga per Obama!), ma sarebbe potuto accadere (e accadrà di nuovo) ovunque si coltivino i giacimenti di greggio. Si potrà ridurre la probabilità accrescendo i livelli di sicurezza, ma se si incrementa il numero delle perforazioni sarà sempre lo stesso, come la Regina Rossa che corre sempre più veloce per restare ferma dove si trova.

Quindi nessuno venga a dire che si è trattato di un fatale infortunio, tutt’altro. Al massimo si dica responsabilmente che è stato un infortunio previsto dalla statistica e che dentro ogni litrozzo di gasolio che mettiamo nel serbatoio del nostro stupido SUV c’è qualche centilitro che paga i danni del pozzo da turare. I petrolieri continueranno ad accumulare enormi QCG e noi a scandalizzarci ed urlare all’ambiente ferito dai feroci capitalisti: tutto previsto e come da copione.

E non dimentichiamoci che ci fa pure comodo!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

 

PS – Il pozzo del Golfo del Messico non verrà mai tappato. Se ne apriranno altri in prossimità per abbassare la pressione del giacimento e si pomperà greggio da quelli. Quando la pressione sarà diminuita quanto basta, allora si comincerà nuovamente a pompare anche dal primo. I surreali tentativi da Kolossal cinematografico sono una burletta degna dei migliori Sherdanu che nessuno potrà mai vincere. Per chi ci crede.

Qualunque riferimento alla nostra Felice Isola Atlantidea non è casuale.

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